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PIZZA HUT è Fallita! Anzi, No.

La notizia in questi giorni ha fatto il giro delle principali redazioni italiane e delle agenzie di stampa, che l’hanno sparata nel web con titolazioni di massimo rilievo, e varianti assolutamente creative : “Pizza Hut dichiara il fallimento: il colosso Usa del fast food travolto dai debiti dopo la crisi dovuta al coronavirus”, “Il Covid si mangia Pizza Hut” 

Di Luca Fumagalli – Senior Franchise Consultant – Co-founder Affilya

 

… dopo più di sessant’anni e 18.000 ristoranti aperti in cento Paesi, il gigante Pizza Hut abbassa la saracinesca … “Coronavirus, da Pizza Hut a Hertz alle Diocesi: ecco i big falliti”. Riportata poi sui social, è stata ed è tutt’ora oggetto di commenti di ogni genere, di repost, di “te l’avevo detto”, di “quella pizza non la farei mangiare nemmeno al mio cane”, dei soliti tuttologi da tastiera. Peccato che i fatti, pur rilevanti, siano altri. Vediamoli.

Basta leggere qualche fonte americana (e magari conoscere un po’ l’inglese) per scoprire per prima cosa che Pizza Hut non è fallita. Nemmeno Wendy’s, altra catena coinvolta nella vicenda, ma il cui marchio evidentemente desta meno interesse perché poco conosciuto da chi non abbia una certa frequentazione delle cittadine meno turistiche degli Stati Uniti. 

Chi ha dichiarato bancarotta

Chi ha presentato istanza di bancarotta è un affiliato, sia di Pizza Hut che di Wendy’s, che si chiama NPC International. Tecnicamente si tratta di un multi-unit franchisee, cioè di una azienda che ha aperto molte unità affiliate (circa 1.200 di Pizza Hut e 400 di Wendy’s, tutte negli USA). Dal 2018 questa società è di proprietà di due “family offices”: Delaware Holdings e Eldridge Investment Holdings. 

Il coronavirus c’entra poco o nulla

La situazione debitoria di NPC International era già ampiamente compromessa prima della crisi sanitaria. Nel 2019 i suoi debiti (oltre 900 milioni di dollari) erano considerati ”spazzatura” dalla agenzie di rating. La pandemia, evidentemente, ha dato l’ultima spintarella ad un bilancio già traballante o magari ha fornito il pretesto per aprire la crisi. Peraltro, va registrato che Pizza Hut è una delle poche catene che nel periodo Aprile e Maggio di quest’anno, in pieno coronavirus, ha registrato fatturati in crescita (anno su anno e a parità di punti vendita) grazie all’aumento delle vendite da ordini online e consegna a domicilio.

Cosa succede a questo multi-unit franchisee

NPC International ha dichiarato bancarotta, secondo una procedura denominata Chapter 11, con l’obiettivo di avviare un percorso di ristrutturazione del debito ma anche dell’intera organizzazione. I ristoranti (sia quelli a insegna Pizza Hut che quelli di Wendy’s) rimarranno tutti operativi, almeno secondo quanto dichiarano i portavoce di Pizza Hut.

Chi è Pizza Hut

Le difficoltà, dunque, non riguardano direttamente il franchisor, ovvero l’azienda che detiene marchio e know-how di Pizza Hut. Questa azienda, che si chiama Yum! Brands Inc., è un vero colosso della ristorazione mondiale. Oltre che di Pizza Hut, Yum! Brands Inc. è proprietario dei marchi KFC, Taco Bell oltre ad altri meno noti. Queste catene complessivamente contano più di 50.000 ristoranti, di proprietà e in franchising, in oltre 150 Paesi del mondo.

Cosa succede al franchisor

Il guaio causato dal multi-unit franchisee NPC International è dunque rilevante, ma non può costituire una seria minaccia alla sopravvivenza né della catena Pizza Hut né tantomeno del franchisor Yum! Brands Inc.  Gli analisti americani stimano che se NPC non pagasse le royalties a Yum! Brands Inc., l’affiliante perderebbe annualmente circa 54,2 milioni di dollari. Un danno, certamente, ma con una incidenza limitata nei bilanci, come testimonia anche il fatto che il titolo di Yum! Brands Inc., quotato al NASDAQ, non ha subito particolari scossoni a fronte di questa notizia, chiudendo addirittura in leggero rialzo nella giornata di oggi.

Il giornalismo italiano e il franchising

Fin qui i fatti, diametralmente distanti dai titoloni sballati di tutte le principali testate giornalistiche italiane e dai contenuti farlocchi propinati delle agenzie di stampa. Sulla figuraccia fatta dalla stampa nostrana riporto e sottoscrivo le parole di Salvatore Grizzanti, che su Linkiesta scrive: “… il giornalismo italiano ha problemi con l’inglese o con l’onestà intellettuale? Il problema è che bisogna sempre e solo fare titoli sensazionalistici da osteria (o da pizzeria) per acchiappare clik? Oppure è semplice ignoranza rispetto al mondo del franchising per cui non si sa distinguere un franchisor da un franchisee?” 

L’utilità del franchising nell’economia di oggi

E prosegue: “Certo Yum! Brands non avendo punti vendita a marchio Pizza Hut in Italia può infischiarsene di come i “giornalisti” italiani trattino la vicenda. Ma questo modo di comunicare quanto male può fare all’economia italiana? La rende inospitale per qualunque tipo di investimento, estero e non solo, e per chiunque voglia attivare un sistema di franchising in Italia. Modello che, in forza delle economie di scala che riesce a fare, dovrebbe essere invece incentivato in un periodo storico dove il controllo dei costi diventa vitale per la sopravvivenza delle aziende.”  

Conclude Grizzanti: “Pizza Hut è viva, chi non sta tanto bene è un certo tipo di giornalismo.”

Sono totalmente d’accordo.

 

Di Luca Fumagalli – Senior Franchise Consultant – Co-founder Affilya 

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